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Per una Chiesa in “stato di missione”
Pubblicato il: Martedi, 23 Maggio 2017
 

È sempre stato che nei Convegni ecclesiali italiani il papa approdasse all’ultimo giorno per sigillare un programma già ben svolto dai pastori delle nostre Chiese locali e che richiamasse i punti salienti e raccordasse il tutto con il cammino più ampio della Chiesa universale. Invece il 10 novembre 2015 rimarrà un giorno indelebile per la Chiesa italiana. Papa Francesco, infatti, viene accolto nella prima giornata del V Convegno ecclesiale di Firenze. Qui, dopo quasi dieci anni, si è riunita la Chiesa italiana con fasi preparatorie durate un paio d’anni e con relazioni e incontri stabiliti, con verbi chiari da approfondire per poi coniugarli nei futuri programmi diocesani.

Fu proprio un raggio di sole il passo di Francesco che varcava la soglia di Santa Maria in Fiore, un procedere ritmato dal popolo fiorentino: tutto questo avveniva sotto la maestosa cupola del Brunelleschi e l’affresco del Giudizio universale. Proprio in quel primo giorno ha fatto risuonare la sua voce e ha dettato non solo un programma pastorale, ma un “Progetto pastorale missionario” che pone l’Evangelii Gaudium come pietra angolare necessaria su cui fondare le future piste pastorali. Fa appello così a tutte le Chiese particolari dell’Italia e ai vescovi presenti affinché negli anni a venire si lavori e si approfondisca ciò che l’Evangelii Gaudium apre e propone. Tutto sommato i contenuti ci sono, li conosciamo, le lezioni sociologiche di approfondimento si moltiplicano… ma nell’ultimo passaggio del suo discorso Francesco ci chiede un passo ulteriore, ci chiede il come realizzare tutto questo, ci lascia spazi e tempi e parla di processi da mettere in atto. «Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo Convegno» (10 novembre al V Convegno nazionale di Firenze).

Ma nelle 226 diocesi italiane come va la situazione? Chi si sta muovendo? Quali delle nostre diocesi stanno accogliendo questo leggero e fraterno appello e stanno realizzando le indicazioni? Oppure ci si arrovella ancora per trovare piste personalistiche a breve termine? Quante risorse ed energie stiamo impegnando per realizzare le nostre carte pastorali, magari estrapolando qualche numero bellino dell’Evangelii Gaudium, ma non guardando al progetto complessivo che il papa ha pensato e ha donato a noi e alla Chiesa universale?

Francesco in quell’intervento ci ha dato la possibilità di un cammino di comunione con tutte le Chiese del mondo. L’Evangelii Gaudium ci sollecita così a desiderare a riprendere in mano e far vivere il Concilio Vaticano II. L’assise ecumenica ha rinnovato la Chiesa con una folata di vento primaverile spronandola a sentirsi impegnata sul fronte dell’evangelizzazione. Anzi, ogni Chiesa locale con il suo vescovo, in forza della comunione con Pietro e sotto la sua guida, è chiamata a sentire la preoccupazione per tutte le altre Chiese (cfr. n.38 A.G.).

La missionarietà di papa Francesco s’innesca qui. È a 360 gradi e anche se non distingue in questo documento la missio ad gentes dall’inter gentes, non si sofferma sulle sfumature della missione, ma semplifica proponendoci che ogni fronte pastorale sia messo in uno “stato permanente di missione”, ci sprona a spingere la Chiesa ad impegnarsi, nelle sue componenti e strutture, in questa nuova visione “in uscita”, appunto ci dice al n.27: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa». È questo che dovrebbe sollecitare la nostra Chiesa italiana a virare ancora verso un rilancio della missio ad gentes; assopendoci sui nostri “reali” problemi di mancanza di vocazioni e di entusiasmo, rischieremo che le nostre pastorali si addormentassero fino a non sapersi più rialzare. Papa Francesco l’ha ripetuto al termine del Convegno Missionario nazionale di Sacrofano nel 2014, rivolgendosi ai delegati delle diocesi: «La missione ce l’avete nel sangue».

Oggi i numeri ci dicono ben altro: ripiegamento, vele ammainate, sfiducia. Ma il Dna non mente, è nelle nostre corde la missione e la gioia dell’annuncio. Le diocesi e le congregazioni sono chiamate a rivedere le proprie pastorali e scelte di governo, a ridare forza alle proprie membra stanche e a vedere nell’esperienza della missione non una privazione di forze ma una possibile rigenerazione della vita cristiana e del tessuto delle nostre parrocchie. È bene alleggerirsi di tante “cose da fare” e riprendere sul serio la via dell’annuncio: non possiamo smarrire l’invito di Gesù di stare agli estremi confini del mondo, annunciando il Risorto, unica e sola novità per ogni umanesimo.


d. Gaetano Borgo

Direttore del Centro missionario diocesano di Padova

 
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